venerdì 25 giugno 2010

Anamorfosis

“Uno e trino” è lo spettacolo della compagnia Esiba Arte alla Chiesa della Pietrasanta. Personaggi, così battezzati: “Uno. Diverso. Dall’altro”. Ma piuttosto che a “Padre, Figlio e Spirito Santo”, penso alla Trimurti indiana che incarna le forme dei tre importanti deva archetipi: Creatore, Conservatore e Distruttore. In effetti, le forme nuove che i bravissimi Angelo Abela, Marco Pisano ed Eugenio Vaccaro ci propongono, armonizzando rispettivi ruoli e partiture, posseggono proprio i connotati psicosomatici di queste iconiche personalità. Ci danno il benvenuto da un siparietto nero, (sorta di scena en abyme realizzata con l’ausilio di un rudimentale teatrino per marionette), un serpente-calzino ed un orsetto-pupazzo che sembrano rievocare, con la loro sarcastica animazione, un passato di eventi legati al tempo in cui – da bimbi ancora ignari di tutto – già ci sottraevano all’innocenza d’una percezione pura, le immagini e le notizie trasmesse dalla TV. Del terrorismo mediatico che oggi più che mai siamo costretti a subire, si fa ampia denuncia e salutare critica nel corso della rappresentazione, che raggiunge nelle tre performance un esemplare grado di simbolizzazione degli effetti nefasti imputabili al dominio dei programmi televisivi. Oltre alla parodizzazione di Passaparola e ad una gigantografia di Gerry Scotti, (quasi un totem della sovrana e collettiva alienazione), dietro la quale “forse c’è il superpremio!”, un figlio di papà convinto di arrivare molto in alto, affetto da un’insanabile ipertrofia dell’ego, siede su troni che in realtà sono sedie a rotelle: altrettante forme dell’essere e dello stare al mondo, metafore d’una paralisi psicologica ed esistenziale che porterà al delirio da eliminazione perché – letteralmente – se non vinci non vai da nessuna parte. La metamorfosi non è facile nemmeno per chi, con un briciolo di lucidità, si sente vittima della propria impotenza o incapacità di reagire, e non riesce a tradurre la rassegnazione in azione responsabile, viva, autentica. Resta piuttosto ancorato a un immobilismo disperato, funzionale al processo di assuefazione a quei nomi e volti noti che una fruizione passiva trasformerà in abominevole, ossessionante passione. Ed ecco dunque riapparire la figura del leader psicotico, maniaco e violento, (un ibrido tra i protagonisti di “Apocalipse Now”, “Arancia Meccanica”, “Blade Runner”), che all’inizio ci minacciava con un martello e perentorio, sublime, ci domandava: “Chi sei? Cosa ti aspetti dalla vita? Credi che questo sia un gioco?”. Lui è l’uomo delle regole ferree: disciplina, serietà, puntualità, umiltà e metodo. Soprattutto metodo. E una mazza da baseball con la quale colpire e ferire. Proprio lui, che si chiede che fine abbiano fatto i sogni di tutti, e che si è visto portar via i propri, è pronto a sparare e dire di no a tutto. La risposta esatta ai quesiti della vita, tanto quanto ai quiz di un concorso a premi, solo può concretizzarsi nello stare zitto e nel vincere la propria “parte d’inferno quotidiano”. Anamorfico, come l’effetto prospettico utilizzato in arte per costringere lo spettatore ad un predeterminato o privilegiato punto di vista, è l’intento qui dispiegato con maestria sotto ogni aspetto drammaturgico e compositivo; proprio per far capire che -anche chi si illude d’esser fuori dal sistema- in realtà è ancora suo schiavo, ostaggio volontario dell’insufficienza generale. Il dolore privato d’ognuno non basta più a giustificare l’imperante processo di degenerazione mentale e morale che si traduce nelle attuali condotte patologiche, che muta la dignità della Persona in squallida caricatura o marginale, avvilita comparsa. Urge perciò un radicale cambiamento dei linguaggi ed una rigenerazione dell’Immaginario che ci salvi tutti, dentro e fuori Scena. Con sguardo serio, siamo ammoniti da un presago ricordo, che solo può riconoscere -al di qua del limen teatrale- contenuti di verità ed una sana volontà di potenza: “Noi abbiamo finito. Potete andare. Fuori. Ma sappiate che fuori c’è una linea. E dietro quella linea non c’è niente”. Condividendo e auspicando, dopo i molti e meritati applausi, un’accorata tensione rivoluzionaria.

Manuela Musella

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