sabato 26 giugno 2010

Ergo non sei: «Tragicommedia contemporanea, non agiografia»


Dopo l’ultima intervista al regista dello spettacolo, ho pensato fosse il caso di approfondire le ragioni alla base di una tematica tanto affascinante quanto spinosa.
Ecco le risposte alle mie domande rivolte alla compagnia.

Quanto ha influito la vostra religiosità sull'interpretazione dei personaggi, o sull'ideazione del testo drammaturgico?

«L'idea ci è venuta quando stavamo lavorando ad un altro progetto poi archiviato. Il laboratorio ci aveva portato a Venetico, paese del messinese in cui un prete stava ristrutturando, ammodernandole orribilmente, tutte le chiese medievali e rinascimentali della zona e dove, su una rocca desolata, aveva costruito ex novo il suo santuario mariano, intitolato testualmente Notre Dame de Lourdes e richiamando orde di fedeli da tutto il mondo. Il santuario ‘fai da te’ era una sequenza barocca di qualsivoglia statua di gesso, dal Cristo in croce, alle paperelle in fila, passando per Atlante, la sfinge e la statua della Libertà.
L'azione dirompente di quel prete ci colpì così tanto che anche noi decidemmo presto di voler costruire il nostro santuario, e ovviamente di farlo a nostro modo, col teatro.
L'unica maniera possibile è stata quella di far apparire la Madonna e di portarla con noi in giro per il mondo.
Non siamo religiosi nel senso più comune del termine, ma la nostra terra è talmente intrisa di religiosità che volenti o nolenti anche noi ce ne nutriamo, anche se tante cose ormai faticano a stupirci ancora: sotto le nostre case settimanalmente passano processioni, bande, sfilate di santi e madonne addobbate, non possiamo che fare i conti con tutto questo. Luigi, poi, che è anche pittore, crea quasi esclusivamente icone religiose, le scompone, le seziona fino a crearne di nuove. Con Desideranza portiamo spesso in giro alcuni suoi quadri nati per e dallo spettacolo.

In che modo siete riusciti ad avvicinarvi alle figure di Cristo e di Maria evitando di dissacrarle?

«Seguiamo il nostro gusto come un marinaio segue la stella polare, e ci fidiamo ciecamente di lui. Non ci interessa la dissacrazione, non vogliamo stupire un pubblico che cerca la novità, la rottura, l'originalità a tutti i costi. Ci interessa solo la ricerca di quelli che per noi sono nuovi linguaggi. Per questo i nostri spettacoli non si somigliano tra di loro.
In questo caso ha fatto breccia il mistero insoluto delle fede e dei suoi simboli. La religione ne è piena e ne siamo affascinati, il concetto stesso di fede ci disorienta quanto entusiasma.
La gerarchia ecclesiastica invece ci spaventa e la nostra paura si è riversata violentemente nel testo. Forse per questo sono da subito nate tante Madonne. Il Conclave di cui fa parte la nostra protagonista, la Madonna del Ponte, ha al suo interno Marie del calibro della Madonna del Rosario, l'Addolorata, l'Annunziata, passando per la Madonna del Guadalupe e quella di Pompei. E la cosa non dovrebbe stupire, a Siviglia gente atea "ucciderebbe" per difendere l'appartenenza del proprio quartiere alla Madonna di Triana o a quella della Macarena. E qui a Palermo le signore fanno a gara per scoprire quale sia la più miracolosa di tutte».

Non avete pensato che portare a teatro una tematica forte come quella del giudizio universale avrebbe potuto arrecare delle critiche allo spettacolo?

«Non si parla tanto di un giudizio universale quanto della scelta di un nuovo Eletto che deve salvare l'umanità dal peccato imperante. Ma è la storia di un uomo e di una imposizione dall'alto. Ben vengano le critiche, ci dispiacerebbero solo quelle dovute a un pregiudizio bigotto, su cui fra l'altro ironizziamo molto nello spettacolo».

Ritenete che la tematica religiosa possa allontanare dallo spettacolo un target giovanile, o che sia, al contrario, una sfida?

«Qui si scatena l'equivoco dovuto alla comunicazione. Il nostro spettacolo è una tragicommedia contemporanea. Non un'agiografia, tanto meno una sacra rappresentazione.
La tematica religiosa è un pretesto, fortissimo è vero, ma pur sempre un pretesto per parlare di un uomo, delle sue relazioni, alla fine è sempre la relazione la cosa che ci interessa di più, se in Desideranza esploravamo quella tra due fratelli qui intacchiamo il rapporto madre/figlio».

Anna Grazia Chirolli

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