È mattina, non è l’usignolo ma Giulietta che canta. La memoria di un amore, i versi di un passato che cullano il presente, il bisogno d’amore, parole vomitate, silenzi e incomprensioni di un destino senza scelta.
“Romeo e Giulietta non sono morti”, spettacolo di cui Salvatore Caruso e Tonia Garante hanno curato testo, regia e produzione, è andato in scena 7, 8 e 9 giugno al Teatro Elicantropo.
Tonia Garante ha gentilmente risposto alle mie domande.
Come è nata l'idea di realizzare questo spettacolo?
«“Romeo e Giulietta non sono morti” nasce intorno ad una domanda: ‘Che fine avrebbero fatto e che tipo di coppia sarebbero stati Romeo e Giulietta se non fossero morti?’ Ebbene, l’ipotesi di partenza è questa: Giulietta Capuleti si è svegliata e Romeo Montecchi è giunto in tempo nella cripta e si sono ritrovati. Dopo essere sfuggiti all’ira spietata dei genitori, dopo secoli di latitanza di Romeo, accusato dell’omicidio di Tebaldo Capuleti, sono giunti a Napoli, dove vivono in affitto in una monocamera a piano terra. I due, imprigionati in un ‘amore eterno’, non possono più tornare indietro, sia per non deludere le aspettative dei lettori, che per assenza di alternative.
L'idea di realizzare questo ‘sesto atto’ della tragedia, nasce da una necessità biografica, dai nostri vissuti, dalle nostre origini, le famiglie di appartenenza, i quartieri in cui siamo cresciuti, la nostra città. I nostri adolescenti che per sfuggire ‘all'ira spietata dei genitori’ si rifugiano nell'idea dell'amore, che troppo spesso è un pacco a scatola chiusa».
In che modo la trama portata in scena si discosta dalla tragedia originale?
«Nella tragedia Shakespeariana, Giulietta ha conosciuto Romeo a quattordici anni e senza alcuna esperienza del mondo ha abbracciato totalmente la causa dell’amore. Romeo, di soli due anni più vecchio di lei, ha finalmente trovato una donna che ricambia i suoi sentimenti, diventando così l’unica e sola ragione della sua vita. Ma, da adolescenti, è rischioso decidere del proprio avvenire; non si può sapere chi, come e cosa si diventerà. Per salvare l'amore, Shakespeare uccise gli amanti: noi gli amanti li abbiamo tenuti in vita. Due trentenni, ormai consapevoli di essere vittime di un destino tracciato. Due identità spezzate a causa di più variabili: genitori assenti, una disagiata condizione economica, l’unione che diventa dipendenza. La libertà di amare si traduce in esasperata sopportazione; parole vomitate; silenzi e incomprensioni.
Non è più la tragedia del sacro amore, quanto una tragedia famigliare e un delitto sociale di due ‘deportati’, il cui linguaggio è contaminato dalla migrazione Verona -Napoli. I versi del loro autore cullano il presente come memoria del passato: l’amore che è l'idea di quel che fu. Le parole di Rimbaud sono a tratti lo strumento dell'intimo stato di coscienza delle solitudini di ciascuno dei due.
Nella nostra operazione drammaturgica, Shakespeare torna nei momenti più atroci. La somma scena del balcone, quei versi dell'acme amoroso, sono le parole con cui i nostri protagonisti si vomitano il loro odio, il disprezzo, la frustrazione. Quegli stessi versi tornano in un finale di atroce tenerezza in cui i due esprimono la reciproca dipendenza, l'incapacità di vivere».
Quali difficoltà hanno incontrato gli attori nell'approccio ai personaggi da loro interpretati e in che misura le loro esperienze personali li hanno avvicinati alla psicologia degli stessi?
«Le difficoltà che Salvatore Caruso ed io abbiamo fronteggiato durante la messa in scena del testo, erano relative alla qualità scenica di ciascuno di noi. Rispetto ai personaggi, nati e sviluppati da noi stessi, non abbiamo mai smesso di amarli e di provare compassione verso due anime così ferite. Ma essendo frutto di noi stessi erano in noi, ne conoscevamo la storia emotiva, il percorso psicologico, l'interiorità. Per diventare loro ci siamo dimenticati di noi stessi, abbiamo attinto al nostro bagaglio mettendo completamente da parte, però, la nostra relazione, essendo compagni nella vita da 8 anni, in quanto non era la nostra relazione ma quella di Romeo, frustrato fallito, la cui unica attività è dare la caccia a quel topo che tutto rosicchia e Giulietta, 32 anni, che rammenda i calzini bucati del vicinato, ormai disincantata, ma ancora sognatrice di quell'amore che fu».
A quali modelli drammaturgici fate riferimento e in che cosa vi discostate dagli stessi?
«Nella costruzione dei personaggi ci siamo ispirati alla miseria e alla profonda poesia che Annibale Ruccello esprime attraverso i suoi personaggi ‘deportati sociali’. Per quanto concerne la relazione tra i due, ci siamo ispirati ai testi di Eduardo De Filippo. Altro ausilio al testo è stato Rimbaud con ‘Una stagione all'Inferno’. La sensazione di miseria umana attraverso Beckett.
Nella messa in scena abbiamo tenuto sempre presente gli insegnamenti di Leo De Berardinis.
Alla domanda ‘In che cosa ci discostiamo dai nostri modelli di riferimento’ possiamo rispondere solo che noi non siamo loro, per cui, abbiamo avuto la fortuna di attingere a loro trasformandoli attraverso la nostra natura, la nostra sensibilità, il nostro spettacolo».
Quanto è costato l'allestimento dello spettacolo e quali difficoltà avete incontrato nella produzione dello stesso?
«Allestire lo spettacolo è costato intorno ai 1000 euro. Per fortuna le difficoltà di produzione sono state attutite dalla collaborazione di amici e conoscenti che sono accorsi in nostro aiuto a titolo gratuito. In particolare, Linda Dalisi che ha collaborato con noi alla scrittura del testo, Rosario Giglio che ha collaborato alla regia, Massimo Staick e Giovanni Ludeno che ci hanno dato una mano con le scene, Filly Esposito per i costumi, Marcello Sannino che ha filmato e montato il promo dello spettacolo, Domenico Catapano che ha immortalato con i suoi scatti i momenti sulla scena. Sara Garante che da cantante si è trasformata in promotrice di "Romeo e Giulietta non sono morti", Orentia Marano che ci ha offerto lo spazio prove a titolo gratuito».
Una vicenda travagliata, ma sempre attuale, direi immortale, che non conosce coordinate spazio-temporali e appartiene al vissuto di ognuno di noi, come patrimonio culturale o ricordo indelebile.
Anna Grazia Chirolli
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