mercoledì 23 giugno 2010

Tra il grano straniero, rapito

Siamo rapiti in quattordici, per testimoniare d’un evento storicamente reiteratosi e qui riferibile all’individuo singolo, fatto simbolo del conflitto tutto umano tra culture diverse e pura icona della solitudine dell’uomo, quando è privato della sua costitutiva libertà. Quest’uomo ha un volto e un’identità precisi. Si tratta di Alan Johnston, il giornalista scozzese e corrispondente della BBC rapito qualche anno fa a Gaza e autore d’un libercolo ispirato all’omonimo romanzo di R. L. Stevenson, Kidnapped (Rapito), scritto appunto l’indomani del suo rapimento. Seconda fase d’una trilogia iniziata con l’assolo Sheepskins, questa sorta di cerimoniale privato per pochissimi astanti, aspira alla condivisione d’un dramma privato e pubblico, in quanto partecipato a livello mediatico da tutto il mondo all’epoca del fatto. Johnston fu rapito da un gruppo di estremisti palestinesi dell'Esercito dell'Islam il 12 marzo 2007, mentre rientrava in albergo. Era l’unico corrispondente occidentale presente, proprio al centro di quell’infinita parabola del male che è la guerra sulla striscia di Gaza, la guerra tra israeliani e palestinesi. Sulla scena, quella striscia muta in elemento scarno ed essenziale: il tappeto sul quale Johnston trascorrerá i suoi lunghi quattro mesi di prigionia. Pochi altri oggetti faranno da contorno minimo e funzionale all’altrettanto spoglia recitazione dei performer, John Dean e Bianca Mastrominico, che provano a coniugare il loro progetto di scrittura e la loro concezione di linguaggio corporeo - in Dean molto lontana da una qualsiasi idea di drammaturgia e partitura fisico-gestuale precisa e riconoscibile - costruendo una successione di quadri-episodio fugaci e indicativi. I due attori recitano rispettivamente le parti dell’aguzzina-carnefice e dell’ostaggio in perenne attesa di liberazione. Lei è la personificazione macabra del diverso che uccide e violenta, della Cultura Altra intenta a declinare le oscure ragioni d’una autodifesa incomprensibil e disperata, fattasi missione fratricida di totale annientamento. Lui è vittima predestinata al martirio d’una persecuzione fine a se stessa, espressa nella durata stillicida delle torture quotidiane e senza vie di scampo o – nel peggiore dei casi – nell’esecuzione definitiva che porta all’estinzione sanguinaria, rituale e simbolica. La ricerca è quella d’una catarsi impossibile, da parte di quel confine d’Oriente che tenta d’esorcizzare l’atavica condanna all’emarginazione efferata ed alla lotta armata per la sopravvivenza, invano colpendo e seminando terrore. Da un lato, quindi, il tentativo rappresentato nello scenario della guerra reale è quello d’istituire un teatro di morte in cui la catarsi sviene e s’eclissa, inesorabilmente annichilita nella sua natura purificatrice. E lo si vede nel continuo, mancato dialogo che i due attori e fondatori della compagnia (Organic Theatre) polarizzano in antinomiche maniere di agire ed esprimersi: animando un pupazzo con le fattezze d’un talebano o sfuggendo a certo manierismo dell’immedesimazione – d’attore in personaggio – per lasciare spazio ad un altro corpo e ruolo d’interprete, quello delle musiche ben ideate e trasmesse, o delle immagini – di manifestanti inglesi o dei genitori di Johnston resi in figure animate – tutte proiettate in micro-film su fondo-scena. Dall’altra parte, in una trincea claustrofobica e buia, un occidentale come tanti, uno qualsiasi, è incappucciato e privato della vista, lume d’una ragione teoreticamente orientata, obiettiva sui fatti e dalla presa diretta: quest’ultima – forse – da sempre percepita come un assedio, un passaggio nient’affatto innocente benché animato dai nobili scopi dell’Informazione; piuttosto subita come tale invasiva dominazione, come una presenza molesta su territorio di caccia, da pirata-esploratore di ghiacciai immoti. Straniero in terra straniera, anche nel piú globalizzato dei mondi, è colui che proverà a tradurre la Parola e il Senso dell’Altro con parole e sensi propri; l’unico ancoraggio per la ragione, in una condizione come questa evocata – di drammatica negazione e progressivo deterioramento dell’identità – è quello di salvarsi nel sentimento d’un ricordo che può rianimare e tener vivo il continuum storico-biografico dell’appartenenza. Alla fine d’un pasto magro, sconosciuto come tutto il resto dell’insensato ed avvilito sostare in cattività, pregiudicato dall’assenza di qualsiasi riferimento, il rischio d’impazzire è esorcizzato grazie alla volontà di non arrendersi e lasciarsi de-finire, riuscendo a misurare e circostanziare il proprio sparimento nel progressivo perdurare dei giorni, persi al buio d’una speranza atterrita, impotente. “Can I have a radio, please?” ne è leitmotiv, richiesta di tregua fondata sulle promesse dell’avvenire.

Manuela Musella

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